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  • Giada Gallone

Empatia?

Oggi parliamo di empatia, termine usatissimo nelle nostre conversazioni ma su cui spesso si tende a fare un po' di confusione.

Si ammette infatti che deve pur esistere, ne intuiamo l’importanza ma non sappiamo per certo dire di che si tratti.

Il termine "empatia" viene dall’inglese empathy, parola coniata per tradurre il termine tedesco Einfühlung (in italiano immedesimazione), usato nella seconda metà dell’Ottocento in estetica per descrivere il bello naturale o artistico.

Il termine viene poi trasferito dall’estetica alla psicologia, venendo ad indicare il modo attraverso cui percepiamo gli altri.


Nel linguaggio comune, per soggetto empatico si intende colui che riesce a mettersi nei panni di un’amica/o e dare magari buoni consigli, colui che intuisce il “linguaggio non verbale” di un partner ed entra con la persona in risonanza emotiva, colui che sa ascoltare gli altri ecc… Per empatia si intende dunque una situazione per cui ci sentiamo in profondo contatto con un altro essere umano con cui siamo in rapporto.


Ma oggi è possibile dare un “nome diverso” all’empatia?

La risposta è si, possiamo utilizzare un vocabolario più profondo per parlare di emozioni e, soprattutto, di affetti e dei loro contenuti. Possiamo parlare di affettività. Quel sentire che ci differenzia dagli animali, che riguarda una speciale sensibilità interumana, una creatività artistica o il momento dell’innamoramento. Uno degli affetti, forse il più profondo e umano, è quello del desiderio che si esprime nel rapporto romantico, che ci rende pieni di energie e vitalità, ed è sempre in movimento e trasformazione.



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